Storie


Nel comune di Villafranca Padovana un 44enne si propone di tinteggiare gratuitamente la scuola elementare di Ronchi. Il sindaco accetta e le casse del comune possono investire in progetti sociali.


Nel mese di agosto, nel comune di Villafranca Padovana, è accaduto qualcosa di molto particolare che ci piace raccontare.

Disoccupato pittura gratis la scuola Uno schivo 44enne disoccupato, F.Q. , stanco di restare a casa senza far nulla si è recato dal sindaco per offrirsi gratuitamente a fare qualcosa di utile per la comunità.
Tra le tante opere di cui qualsiasi Comune ha bisogno, sicuramente la pitturazione di edifici è una costante che non ha mai fine. Così il sindaco, dietro la particolare e gradita richiesta dell’uomo, gli ha affidato la pitturazione della scuola primaria “Francesco Baracca” di Ronchi.

F.Q. ha dichiarato che negli anni passati aveva lavorato come imbianchino, quindi non ha avuto alcun problema ad accollarsi il sociale incarico, e lo ha fatto molto volentieri sapendo che dopo le vacanze i bambini torneranno in ambiente più pulito e luminoso.

Il lavoro di F.Q. è costato al comune solo il denaro necessario ad acquistare il materiale, 1500 euro per circa 35 secchi di pittura con un risparmio di almeno 10.000 euro. Il lavoro è durato 2 settimane e ha interessato le 7 aule, l’atrio e la sala mensa.

La cifra risparmiata grazie ad F.Q. sarà destinata a finanziare progetti sociali.

Il sindaco di Villafranca Padovana, Luciano Salvò, ha dichiarato che tutti sono rimasti positivamente meravigliati dal grande impegno e professionalità del 44enne.
Il comune aveva già siglato un accordo con una Cooperativa del luogo per l’impiego di 5 disoccupati per 6 mesi a 400 euro/mese a partire da settembre, ma F.Q. , che verrà aggiunto ai 5 disoccupati, è stato assunto ufficialmente già nel mese di agosto (senza stipendio) per fargli avere quanto meno la copertura assicurativa prima dell’avvio del suo lavoro gratuito.

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Fai conoscere questo articolo:

    Storia di un uomo colpito da tumore che ha dovuto lottare per far valere il diritto di vedersi riconoscere la causa professionale dovuta al suo lavoro continuamente a contatto con il toner delle fotocopiatrici.


    Storia di un lavoratore a cui è stata riconosciuta la malattia professionale legata al toner delle fotocopiatrici. Pubblichiamo la storia integrale inviataci da un gentile utente che ha voluto condividere la sua drammatica esperienza.

    Con la sua mail ci teniamo a mettere in evidenza l’importanza della sicurezza sul lavoro e delle malattie professionali associate ad ogni singola professione.

    Ecco la sua storia…

    Salve, voglio raccontare la mia storia sperando che non accada ad altri quello che mi è successo.

    Mi chiamo Rollo Francesco e vivo a Carapelle (FG), nell’anno 2000, il prof. Pellegrino dell’Urologia degli Ospedali Riuniti di Foggia mi sottopose a diversi interventi chirurgici per colpa di un tumore uroteliale, mi fu tolto un rene e poi anche una parte della vescica.

    Il primo intervento fu veramente devastante e il mio primo pensiero fu quello che per fortuna non facevo un lavoro pesante. Ero un tecnico riparatore di fotocopiatrici e convinto che sarei ritornato al più presto al lavoro.

    Il necessario contatto con l’oncologo data la malignità del tumore, mi mise a conoscenza di una possibile connessione con il lavoro, il rene superstite rimasto aveva anche anomalie e l’oncologo mi consigliò di cambiare lavoro. Mi disse che nei toner c’erano sostanze derivate da idrocarburi pesanti che provocavano la mia malattia. Poi aggiunse che era il caso di segnalare la malattia professionale, anche se sarebbe difficilmente stata riconosciuta, ma aggiunse che erano processi lunghi e che sarebbero emersi altri problemi connessi e che avevo qualche possibilità.

    Per un onesto lavoratore, contrarre malattia e sentirsi dire di lasciar perdere quanto faticosamente imparato per sedici anni è una esperienza che non auguro a nessuno, con una famiglia e figli sulle proprie spalle.

    Per segnalare la malattia professionale fu anche complicato, il datore di lavoro non ne volle sapere di fare la segnalazione e mi decisi ad andare di persona all’Inail. Conoscevo persone all’Inail di Foggia perchè andavo anche da loro a riparare le fotocopiatrici e raccontai ad una dottoressa tutto quello che mi era accaduto.

    Ero nell’attesa dell’intervento sulla vescica dato che esami mostravano una possibile recidiva del cancro renale e dovevo urgentemente di nuovo ricoverarmi.

    Una persona infuriata e determinata come la dottoressa dell’Inail non l’avevo mai vista, mi disse di stare tranquillo e di ricoverarmi, per la segnalazione della malattia professionale avrebbe Lei stesso provveduto dicendomi che se l’azienda dove lavoravo nell’arco di pochi giorni non avesse fatto la segnalazione di malattia professionale, l’avrebbe denunciata e passibile di una multa di diverse decine di milioni delle vecchie lire.

    Poco dopo in ospedale ricevetti telefonate dalla ditta di dove lavoravo infuriati da quello che avevo fatto. Così partì la denuncia ma dopo poco tempo arrivò la risposta che non c’era nessun nesso causale tra malattia acquisita e sostanze da me manipolate.

    Feci causa all’Inail, serviva un certificato di malattia professionale e si prestò un giovane medico del lavoro a scriverlo. Capii subito che si dovevano trovare notizie e che quel certificato non sarebbe bastato.

    Mi licenziai ed ero sconfortato, mi chiedevo perchè Dio mi voleva vivo, ero convinto che volesse continuare ad umiliarmi.

    Nel 2003 una mia parente mi chiese se volevo fare un corso per conoscere il computer. Gli dissi di no, era un corso con persone molto più giovani di me, ma il fatto che era gratuito, finanziato dalla Regione Puglia e poi anche per non continuare a trascorrere le giornate senza fare nulla mi fece cambiare idea e decisi di frequentare questo corso.

    Coniugai presto l’interesse della mia malattia con internet e mi misi a cercare notizie.

    Trovai infatti che a Genova c’erano numerose denunce di tumori uroteliali della vescica connessi ad una sostanza chiamata nerofumo. Il tumore uroteliale era la mia malattia e il nerofumo era un principale ingrediente del toner.

    Incominciai a chiedere notizie a medici, giornalisti, operatori della prevenzione e scoprimmo che la mia malattia non era una novità nelle fabbriche dei pneumatici dove veniva anche utilizzato il nerofumo. Le notizie che si trovavano erano importanti ed una giornalista mi convinse a fare un sito web. Il sito suscitò un interesse iniziale, e mi permise di avere contatti con altri sfortunati colleghi di lavoro. Le notizie trovate servirono anche per la mia causa e dopo sei anni nel 2006 mi fu riconosciuta la malattia professionale.

    La notizia del riconoscimento doveva essere importante ma non ebbe l’effetto che volevo. I giornalisti non ne vollero parlare, e ricevevo anche tante lamentele, qualcuno definì anche le mie notizie solo come allarmistiche e prive di fondamento, altri ancora peggio dicendomi che facevo del terrorismo. Così tolsi il sito dal web.

    Ho continuato comunque a trovare informazioni e a divulgarle e a discuterle con chi opera nel campo della Prevenzione, credo che proprio da loro sia maturata la Interrogazione che l’Onorevole Minasso ha fatto il 4 Dicembre 2008 alla Camera dei Deputati sul problema del toner.

    Quello che io vorrei oggi, senza creare inutili allarmismi, è che innanzitutto le ditte che producono di questi materiali si orientino su prodotti non nocivi, sia per l’uomo che per l’ambiente. Dato che ben poco esiste oggi nella letteratura della Medicina del Lavoro sulle malattie professionali del settore, si dovrebbero porre i lavoratori maggiormente esposti a Sorveglianza Sanitaria e usare Registri sia a livello regionale che nazionale, ove annotare malattie segnalate; creare gruppi omogenei, sviluppare sistemi di protezione e organizzare studi di follow-up, che seguano queste persone nel tempo.

    Vi sono sufficienti evidenze per suggerire il legame con possibili danni all’apparato respiratorio connessi alle piccole dimensioni delle polveri di toner e rischi di cancerogenicità riconducibili alla natura chimica delle componenti delle polveri da stampa. Si dovrebbe considerare ogni sostanza chimica nel toner come potenzialmente pericolosa e adottare il principio di precauzione; peraltro ce ne sono tantissime di cui si conosce ben poco.

    Le misure di prevenzione migliori da adottare per i tecnici sono:
    maschere idonee a proteggere da polveri fini e sostanze chimiche, guanti, occhiali (premure particolari per chi porta lenti a contatto, che potrebbero trattenere piccole particelle).

    Comportamenti idonei a ridurre i rischi:
    indossare i mezzi di prevenzione, evitare di mangiare, bere e fumare mentre si manipolano i toner; considerare le contaminazioni crociate e provvedere a lavarsi accuratamente alla fine del turno di lavoro e prima dell’utilizzo di servizi igienici; considerare contaminati gli indumenti utilizzati sul lavoro e le calzature.

    Misure di prevenzioni per utenti:
    nel caso si caricano le cartucce toner indossare guanti, evitare di disperdere la polvere del toner, ricambiare continuamente d’aria l’ambiente in cui tali apparecchiature risiedono;
    se necessario installare aspiratori di fumo idonei e filtri che limitano l’emissione di gas e particolato; tenere accese le apparecchiature solo nel caso della stampa;
    far fare manutenzione programmata alle apparecchiature da personale qualificato.

    Saluti, Francesco Rollo

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      Riportiamo la lettera che Giusy, della Provincia di Perugia, ci ha inviato alcuni giorni fa e continua ad inviare a siti, blog, e politici/parlamentari del nostro Governo per ottenere solo un po’ di, innegabile, visibilità. (In questo momento il numero di mail inviate è circa 120). Nello specifico, questa lettera, è stata inviata all’attuale Presidente […]


      Riportiamo la lettera che Giusy, della Provincia di Perugia, ci ha inviato alcuni giorni fa e continua ad inviare a siti, blog, e politici/parlamentari del nostro Governo per ottenere solo un po’ di, innegabile, visibilità. (In questo momento il numero di mail inviate è circa 120).
      Nello specifico, questa lettera, è stata inviata all’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

      Nelle varie mail intercorse tra noi e Giusy, ci è stato più volte evidenziato lo scopo di questo gesto: portare alla ribalta una storia come troppe. che possa aiutare a risvegliare le menti di chi rischia la vita sul luogo di lavoro ogni giorno.
      Giusy non vuole un tornaconto personale!

      Siamo certi dell’importanza di divulgare il più possibile la sua storia. Pertanto vi chiediamo di copiarla e incollarla o inserire il link diretto (questo: http://www.storiedilavoro.it/2009/01/23/la-storia-di-giusy/) in qualunque sito o blog comunque attinente all’argomento.

      Come molti cittadini europei fanno, anche con Giusy non siamo riusciti a giustificare quello che succede in Italia: cosa sia questa totale arrendevolezza da un lato, e la continua ammirazione del furbo dall’altro.

      Già, i furbi, quei personaggi che possono essere il grande imprenditore e/o politico (o pseudo tali) ma anche il nostro vicino di casa. Quelli che vengono ammirati dalla massa perché “loro ce l’hanno fatta, eccome! Sono riusciti a scavalcare il prossimo e ad emergere. Hanno avuto la capacità di rubare (in tanti modi), e una volta scoperti vengono perfino ammirati da chi sarebbe disposto a rubare per rubare; da chi è esattamente come loro!”. E qui non si tratta più di destra o di sinistra: la furbizia, la disonestà, la prevaricazione, l’illegalità non appartengono ad una ideologia politica; semmai appartengono ALLA politica o ad una larga parte di essa!

      Prima di lasciarvi alla lettura della storia Giusy, vogliamo riportarvi una bellissima frase tratta dal libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini:

      Non c’è che un solo peccato ed è RUBARE.
      Tutti gli altri peccati sono una variante del furto.
      quando tu uccidi un uomo
      gli stai rubando la sua vita,
      rubi il diritto a sua moglie ad avere un marito,
      stai rubando ai suoi figli il diritto di avere un padre,
      quando dici una menzogna
      rubi il diritto di qualcuno alla verità.
      Non c’è niente di peggio che rubare.


      Gent.Mo Presidente Napolitano,Le scrivo pur sapendo che questa mia forse sarà cestinata e/o da Lei neppure MAI LETTA, ma io non so più a chi rivolgermi per vedermi riconosciuto il diritto di cittadina italiana di donna, moglie, madre, alla tutela e salvaguardia della mia famiglia, alla crescita delle mie figlie di 12 e 13 anni, ed all’assistenza a mio marito, 46 enne disabile all’80%, nonché invalido del lavoro, ed ora afflitto da disturbi psichiatrici.
      Non è facile mettersi al computer, adire il Mio Presidente della Repubblica, con l’unica speranza che solo una misera mail, per uno strana e fortunosa congiunta astrale, non venga cestinata e magari sortirà l’effetto di una risposta, anche solo per aver osato tanto!

      Presidente, mi creda non è la sete di fama, il desiderio di potenza, l’ardire che mi hanno motivata! Ripeto, ho raccolto le poche energie e mi sono spinta a tanto solo dopo aver guardato negli occhi le mie figlie! Da lì è provenuto il coraggio a due mani!Sembrerà banale e scontato ciò, tuttavia sono 45enne e cresciuta con il valore del rispetto assoluto per le Istituzioni e per chi le incarna in nome del popolo italiano.

      Fin da piccola i miei genitori mi hanno letto, e ne hanno dato piena attuazione nel loro quotidiano, i principi fondanti il nostro Stato, contenuti nella nostra amata Costituzione. In Essa infatti, ho sempre trovato la forza e la certezza che i diritti fondamentali di ciascun cittadino-uomo, trovassero la loro compiutezza, in quanto diritti che “garantiscono l’essere umano” in quanto tale, sia esso minore d’età, disabile…

      Orbene Presidente, i più deboli possono contare davvero su qualcosa che non è lontano, ma si tocca con mano ogni giorno.

      NON E’ COSI’!!!

      Triste ma vero! Sento nell’anima le ferite profondissime che non si rimargineranno mai del non rispetto di queste NORME!
      Presidente, mi appello a Lei in qualità di garante della salvaguardia della AMATA COSTITUZIONE, affinché i diritti fondamentali, dei quali sono private le mie figlie minori, mio marito disabile, io come donna di famiglia, NON DEBBANO E NON POSSANO ESSERE CANCELLATI!
      Questo mio “folle gesto” deve servire a non gettare alle ortiche ciò che di tanto alto si è conquistato con dolore, sofferenze, morti e privazioni.

      Vede Presidente, anche io sogno che un giorno sarà ridata dignità alla mia famiglia, “nucleo essenziale e primario” nonché garanzia per la crescita delle mie figlie minori (una in affido) come buone e oneste cittadine italiane ed europee.

      Sogno, altresì, che mi verrà garantito il sostegno verso mio marito, appena 46enne invalido disoccupato (un infortunio sul lavoro nell’ anno 2000, 4 interventi, 2 trapianti a Siena, la perdita della vista e come non bastasse dal lavoro nessuna liquidazione e/o risarcimento, nessuna azione penale contro l’Azienda e nessun riconoscimento del Tribunale di Perugia almeno del risarcimento in sede civile!

      Il nostro calvario è continuato ANCORA!

      Ricoveri, TSO presso l’Azienda Ospedaliera di Perugia, la degenza in centri famiglia dell’Asl competente per più di un anno… ecc. ecc.), perché potesse vedere la sua famiglia, così disastrata ma almeno “non affamata”.
      Vede Presidente, alcuni credono che il denaro possa essere la panacea di tutti i mali! NOI NO!
      Ciò che potrà lenire le nostre ferite non ha valore materiale ma morale! Abbiamo pagato un alto prezzo così come lo stanno pagando ancora le nostre figlie!

      NON CHIEDIAMO NE’ DENARI NE’ MIRACOLI

      CIO’ CHE PRETENDIAMO E’ LA DIGNITA’ DA CITTADINI ITALIANI!

      Con assoluto rispetto verso Lei e all’amata Costituzione.

      Giusy (gi_ti62@yahoo.it)
      Alberto
      e figlie

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