Leggi e contratti


Cosa cambia dall’entrata in vigore della nuova separazione breve senza Tribunale. Ora sarà più semplice ed economico divorziare con la negoziazione assistita di un avvocato.


Nuova legge divorzio breveIl numero di divorzi in Italia rispetto ai nuovi matrimoni è in costante crescita. Oggi praticamente per ogni 2 coppie che si sposano una si separa. E dall’entrata in vigore della nuova separazione breve senza Tribunale è ancora più semplice ed economico divorziare con la negoziazione assistita di un avvocato. In concreto, quanto costa divorziare oggi?

Si può usufruire della modalità della negoziazione assistita solo se la separazione è consensuale e se ci sono figli minorenni, figli diversamente abili o figli maggiorenni non autosufficienti economicamente.

La separazione dei coniugi è qualcosa di temporaneo e che può essere revocato a differenza del divorzio, secondo l’ordinamento giuridico infatti con la separazione cessano gli obblighi contratti dalla coppia con il matrimonio, ossia la fedeltà reciproca, la comunione dei beni, la convivenza sotto lo stesso tetto.

Dopo la separazione passano lo stesso tre anni per ottenere il divorzio, ma ci si può avvalere in ogni caso della negoziazione assistita, tramite domanda redatta davanti ad un ufficiale di stato civile di separazione, scioglimento del matrimonio o cambiamento delle condizioni di separazione e divorzio congiunta dei coniugi.

La domanda viene inviata entro dieci giorni dalla sottoscrizione dall’avvocato al comune di celebrazione del matrimonio religioso o civile trascritto con una copia autenticata.

Ci si può rivolgere in alternativa anche agli ufficiali di stato civile che però non possono occuparsi di patti di trasferimento patrimoniale, solo però dopo trenta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto.

In base al decreto legge separazione breve e divorzio 132 del 2014 viene semplificata la giustizia civile, per cui ci si potrà separare o divorziare senza andare in Tribunale grazie alla negoziazione assistita, solo se la separazione però è consensuale e se non ci sono problemi sull’affidamento e sull’assegno di mantenimento dei figli. E riducendo drasticamente le procedure burocratiche, anche i costi si abbattono: il costo del divorzio breve attuale infatti è pari a solo 16 euro in tutta Italia. Con il divorzio breve, secondo la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate 65/E del 2015, si è infatti esenti dall’imposta di bollo, di registro, da ogni altra tassa, così come per i procedimenti di separazione e divorzio per cui si prevede la stessa agevolazione.

A ciò va aggiunta solo la parcella dell’avvocato che varia in base alla città dove si vive: tendenzialmente maggiore è il costo della vita e maggiori sono le tariffe richieste, ma è sempre possibile trovare uno studio legale non esoso. Qui potete cercare un avvocato competente in diritto di famiglia in ogni provincia d’Italia e richiedere preventivi online per comparare le differenti parcelle.

Ora che il divorzio non è più un lusso per pochi, nè un peso burocratico, aumenterà ancora il numero di famiglie che scoppiano?

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    Fino al 2015 ci sarà la possibilità di avere degli aiuti economici in caso di nascita di un figlio. Ecco cosa prevedere un comma della Legge Fornero.


    Aiuti economici neo mammeLa legge n° 92 del 2012 sulla riforma del lavoro è stata introdotta in via sperimentale fino al 2015, e dà la possibilità alla madre lavoratrice di richiedere dei voucher per poter acquistare dei servizi di baby sitting. Tale possibilità si ha a partire dalla fine del congedo di maternità per 11 mesi,

    Posso fare richiesta dei voucher le seguenti madri:

    • se sono lavoratrici dipendenti;
    • se sono lavoratrici iscritte alla gestione separata;
    • se sono libere professioniste, (che non risultino iscritte ad altra forma previdenziale obbligatoria e non siano pensionate).

    Devono però trovarsi nelle seguenti situazioni:

    • oltre gli 11 mesi che incominciano dopo il periodo di congedo obbligatorio di maternità;
    • non devono aver usufruito ancora di tutto o parte del periodo di congedo parentale;
    • devono essere gestanti, la cui data presunta del parto è fissata entro i quattro mesi successivi alla scadenza del bando per la presentazione della domanda.

    Le lavoratrici già madri possono presentare la domanda anche per più figli. Devono presentare una domanda per ogni figlio/nascituro (in caso di gravidanza plurima) purché ci siano i requisiti sopra esposti.
    Sono escluse le lavoratrici impiegate nel settore pubblico.

    Il contributo può essere di due tipi:

    1. contributo per far fronte alle spese della rete pubblica dei servizi per l’infanzia;
    2. voucher per l’acquisto di servizi di baby sitting.

    L’importo è di 300 euro al mese per un massimo di 6 mesi.
    Le lavoratrici part-time avranno un contributo adeguato alle ore di lavoro non effettuate.

    Il contributo viene erogato in due modi:

    1. direttamente alla struttura scolastica che deve essere una di quelle inserite in un apposito elenco presente sul sito dell’Inps. Quindi bisogna assolutamente controllare che il nome della struttura scelta sia in elenco altrimenti non ci sarà alcuna possibilità di ricevere il contributo;
    2. alla madre per pagare il servizio di baby sitting con dei buoni lavoro. La madre dovrà recarsi alla sede Inps indicata nei documenti per ritirare i voucher, e li potrà utilizzare entro la data di scadenza purché comunichi il loro utilizzo all’Inps o a all’Inail.

    Sul sito Inps sarà possibile trovare la domanda da compilare che deve essere presentata attraverso lo stesso sito accedendo tramite PIN.

    Per chi non se la sente di affrontare da sola questo particolare aspetto burocratico, consigliamo di rivolgersi ad un consulente del lavoro che sicuramente saprà dare tutto l’aiuto di cui si ha bisogno.

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      Quali sono, secondo la legislazione in vigore, i criteri per effettuare una valutazione economica di uno studio professionale. Quali sono gli elementi patrimoniali considerati attivi e quelli cosiddetti immateriali.


      Nel corso del tempo, alla luce della volontà sopravvenuta di cedere il proprio studio professionale, molti professionisti sono incappati nel difficile compito di valutare economicamente quest’ultimo, ossia di dargli un valore di mercato.

      In questo lavoro si prescinde dagli aspetti civilistici e fiscali connessi alla cessione della clientela professionale, argomenti per niente pacifici allo stato attuale ma che saranno affrontati (eventualmente) in altra sede.

      La domanda da cui partire è la seguente: la cessione di uno studio professionale può equipararsi alla cessione d’azienda? La risposta è certamente negativa, no!

      Infatti nella cessione d’azienda assumono particolare rilievo gli elementi patrimoniali, attivi e passivi, determinanti nella considerazione dell’avviamento aziendale.

      Nella cessione dello studio professionale, invece, gli elementi di maggiore valutazione sono assolutamente immateriali; dalle capacità intellettuali e professionali del titolare dello studio, dalle relazioni di clientela, dal tipo di rapporto instaurato tra clientela e studio professionale ecc.

      Alcuni studiosi, di fronte all’arduo problema di indicare dei criteri di valutazione economica dello studio professionale, hanno proposto un modello “misto”; da un lato la considerazione di criteri reddituali – finanziari (ad. es. l’analisi dei ricavi degli ultimi 5 anni), dall’atro la valutazione di criteri specifici inerenti l’attività professionale svolta (es. ubicazione dello studio, notorietà dello studio ecc.).

      L’elemento che determina una maggiore problematica è senz’altro la valutazione economica della clientela. Elemento della clientela che si differenzia fortemente tra attività intellettuale ed azienda costituendo, forse, il più significativo elemento di distinzione.

      La clientela professionale, come dimostrato da studi del settore, è tendenzialmente meno stabile rispetto a quella aziendale; esiste senz’altro una maggiore libertà nel rivolgersi da un professionista all’altro. Perché?

      Forse semplicemente perché le prestazioni professionali, sovente, sono singolari; ossia comprendono un vincolo contrattuale destinato alla cura e gestione di una singola attività (es. si pensi al mandato conferito ad un avvocato per la cura di una singola causa).

      Al contrario un contratto di fornitura stipulato con un’azienda spesso risulta pluriennale, con la concreta possibilità che si instauri un vero e proprio rapporto di fiducia tra cliente ed azienda fornitrice.

      Ad oggi, dunque, la valutazione economica di uno studio professionale risulta davvero complessa non potendosi basare (almeno esclusivamente) su elementi concreti, quali gli indici reddituali e finanziari.

       

      P. Avv. Giuseppe Mecca
      peppe.mecca@tiscali.it

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