Storie


Ciò che non si conosce, ciò che volutamente e vigliaccamente si ignora o si snobba, è tutto ciò che fa paura. Istituzioni, sindacati, rappresentazioni sociali ed associazioni pubbliche hanno smarrito la via del dialogo, o meglio, sono diventati poco propensi all’ ascolto. Se qualcuno prestasse la dovuta attenzione alle storie di lavoro, piuttosto che del non [...]

chaplin Ciò che non si conosce, ciò che volutamente e vigliaccamente si ignora o si snobba, è tutto ciò che fa paura. Istituzioni, sindacati, rappresentazioni sociali ed associazioni pubbliche hanno smarrito la via del dialogo, o meglio, sono diventati poco propensi all’ ascolto. Se qualcuno prestasse la dovuta attenzione alle storie di lavoro, piuttosto che del non lavoro, proverebbe, anche se dissimulando, un senso di profondo sconforto. Voglio riportare in sintesi la storia di un laureato 27enne con il quale oggi ho parlato: con una laurea in scienze della formazione ha trovato un lavoro precario nel bar di un cinema multisala. Apprezzato dai colleghi per professionalità, cortesia, correttezza e bravura nello svolgimento della mansione è stato l’ unico dei dipendenti addetti al bar che non si visto rinnovare il contratto alla scadenza. Motivo ? I superiori hanno laconicamente sentenziato: “non ti rinnoviamo il contratto”. I colleghi, a quel punto, hanno deciso di riunirsi solidalmente e di chiedere formalmente ai gestori del cinema la riassunzione del collega, meritevole di tutta la loro stima ed ammirazione professionale. Questo ragazzo, oggi, non lavora più lì. Per quale ragione? Era troppo bravo ! L’ establishment governativo rivendica la concertazione come strumento per incrementare lo sviluppo economico e professionale, ma la concertazione è prima di tutto condivisione, dimostrazione di un sentito interessamento alle problematiche giovanili e, soprattutto, propensione all’ ascolto. Abbiamo molte storie da raccontare, non vogliamo l’ aiuto caritatevole dell’ inutile assistenzialismo del passato, chiediamo soltanto di essere ascoltati.
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      (E. Munch: “La Disperazione”) Pubblico la testimonianza di una ragazza laureata del Sud: Sono nata nel Salento (prov. di Lecce) ma cresciuta in Lombardia xkè figlia di laureati del sud emigrati al nord x lavoro. Dopo 14 anni l’amore x questa terra ha avuto il sopravvento e così siamo ritornati nel salento. cinque dopo a partire [...]

     disperazione (E. Munch: “La Disperazione”) Pubblico la testimonianza di una ragazza laureata del Sud: Sono nata nel Salento (prov. di Lecce) ma cresciuta in Lombardia xkè figlia di laureati del sud emigrati al nord x lavoro. Dopo 14 anni l’amore x questa terra ha avuto il sopravvento e così siamo ritornati nel salento. cinque dopo a partire sn stata io: e ho scelto Bologna,per i miei studi universitari: una città che mi ha dato tanto. con me,una valigia piena di sogni e ambizioni invece…. 4 anni dopo mi laureo ed entro di diritto in quello che chiamo l’”esercito dei disperati”ossia dei giovani laureati che come me cercano,cercano e provano di tutto,si accontentano,sopportano, piangono e alle volte esplodono…. siamo tanti e me ne rendo conto ogni volta che tento una selezione, un colloquio e mi ritrovo a sentire storie che sembrano uguali anche se appartengono a giovani che vengono da posti diversi dell’Italia. nell’”esercito”mi sono arruolata 2anni e mezzo fa quando,a soli 23anni,credevo che con una laurea in mano mi si aprissero chissà quante porte.. macchè, le porte mi sono state sbattute in faccia non so + quante volte su è giù x l’ Italia. le solite cose “lei è troppo giovane”,”non ha sufficiente esperienza”(quando dovevo acquisirla se fino a 23anni avevo fatto un tour de force x laurearmi in tempo?)”ma lei a 23anni ha ancora voglia di studiare?”(ma perchè, allora sto facendo un colloquio x un master??) il primo lavoro: telemarketing x una nota compagnia assicurativa a 400euro al mese x sopravvivere a Bologna,x dar fastidio alla gente, ma dovevo pur iniziare a lavorare, fare esperienza…in realtà ho imparato poco e sn stata umiliata molto….ci mandavano in giro allo sbaraglio l’importante era fare budget  e se non ci riuscivi scattava il mobbing:quello pesante!tutto questo x 6mesi. poi ho mollato ho mollato anche Bologna, la città dove avevo studiato ormai satura sul fronte occupazionale… Appena tornata in Puglia ho fatto un’esperienza drammatica: il lavoro sembrava stimolante e compatibile con le mie ambizioni. mi avevano scelta xkè avevo fatto esperienza fuori e quindi maturato un forma mentis diversa da chi nasce e muore in questa terra senza “aprirsi” .un po’ come loro che si sentivano “moderni”x il fatto di avere vissuto a Milano. ma di “moderno” ho visto ben poco..il mio capo era un uomo dell’800 seduto dietro una scrivania lontano anni luce da un pc e da una rete!la moglie mi comandava a bacchetta ignorando le più basilari regole motivazionali.x me erano i primi giorni,ero bombardata da 1000input al secondo e ogni minimo errore era una tragedia!avevano capito che ero emotiva (ma chiunque i primi giorni di lavoro un po’ teso e impacciato lo è) e piuttosto che mettermi a mio agio e creare un buon clima organizzativo mi pressavano e facevano sentire incapace. mi hanno detto che ero lenta nell’apprendimento( non credo, ho superato 23 esami in 3anni e mezzo)e un bel giorno mi hanno dato dell’ignorante x aver scritto incombenza con la zeta……10minuti di rimprovero a porte chiuse (forse x la privacy) non potevo accettarlo, ho tirato fuori due vocabolari e gli ho sbattuti in faccia alla signora incredula…me ne sono andata a testa alta dopo mille umiliazioni accettate con educazione e rispetto.  Questa è la storia di una ragazza che ha conosciuto il vero mondo del lavoro. Finché la tolleranza e l’ ignavia caratterizzeranno la realtà lavorativa di molti giovani, laureati e non, solo le nostre storie potranno costituire una barriera posta contro gli abusi e le aggressioni subite nei luoghi di lavoro. 
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      Ci sono storie…… ……in cui il lavoro è condizionato dai fenomeni meteorologici. Questa è una di quelle storie. Max è una muratore trentenne del Sud che lavora a stretto contatto con pietre, mattoni, cemento e cazzuola da quando aveva 15 anni. Max è un lavoratore in nero ed in quasi 15 anni di lavoro il suo [...]

      Ci sono storie…… ……in cui il lavoro è condizionato dai fenomeni meteorologici. Questa è una di quelle storie. Max è una muratore trentenne del Sud che lavora a stretto contatto con pietre, mattoni, cemento e cazzuola da quando aveva 15 anni. Max è un lavoratore in nero ed in quasi 15 anni di lavoro il suo datore non gli ha versato neanche un contributo, né  previdenziale né assicurativo. Attualmente, come quasi tutti i trentenni, ha non poche preoccupazioni, molte delle quali determinate dal fatto che vorrebbe essere autonomo, sposarsi ed avere dei figli, in poche parole desidera una vita normale senza eccessive pretese, ma tutto questo è per il momento irrealizzabile a causa della sua precarietà lavorativa. Oltre ai dilemmi per così dire “esistenziali” Max, poichè esercita la propria attività all’ aperto, ne ha uno che lo tormenta quasi quotidianamente : il cattivo tempo. Si potrebbe dire che il suo lavoro ha una connotazione meteoropatica perché è come l’ umore delle persone, cioè  viene influenzato dalle condizioni atmosferiche. Essendo un lavoratore in nero, Max guadagna “a giornata” per cui, quando la sera rientra a casa dal lavoro, il suo unico pensiero è quello di accendere il televisore e di fare zapping alla ricerca di previsioni del tempo, in quanto se l’ indomani dovesse piovere lui perderebbe l’ equivalente di una giornata lavorativa: 40 €. Il lavoro di Max è strettamente correlato alla clemenza o meno che il tempo gli riserverà il giorno seguente, quindi i suoi introiti, durante i mesi invernali od in particolari periodi accompagnati da giorni di incessante pioggia,  sono alquanto limitati e sono insufficienti per infondere in lui delle speranze per un futuro migliore, realizzativo  dei suoi modesti sogni. Quantificando il valore esistenziale ed economico mensile di  Max si giunge a due conclusioni entrambe collegate alla mutevolezza del tempo: se  non dovesse piovere percepirebbe 40 € x 20 giornate lavorative, quindi 800,00 € al mese; se invece dovesse piovere egli avrebbe un mancato guadagno per ogni giornata lavorativa persa a causa del cattivo tempo. E’ mai possibile che un lavoratore viva in condizioni di indigenza in ragione delle gocce d’ acqua che provengono dal cielo? Sono queste le problematiche attinenti all’ utilizzo indiscriminato del lavoro nero: assenza totale di garanzie,  di diritti e mancato soddisfacimento delle necessità primarie. Il lavoro illegale annienta la dignità e diffonde malessere ed iniquità. 
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