dicembre 2009


Storia di un uomo colpito da tumore che ha dovuto lottare per far valere il diritto di vedersi riconoscere la causa professionale dovuta al suo lavoro continuamente a contatto con il toner delle fotocopiatrici.

Storia di un lavoratore a cui è stata riconosciuta la malattia professionale legata al toner delle fotocopiatrici.Pubblichiamo la storia integrale inviataci da un gentile utente che ha voluto condividere la sua drammatica esperienza.
Con la sua mail ci teniamo a mettere in evidenza l’importanza della sicurezza sul lavoro e delle malattie professionali associate ad ogni singola professione.


Ecco la sua storia…

Salve, voglio raccontare la mia storia sperando che non accada ad altri quello che mi è successo.

Mi chiamo Rollo Francesco e vivo a Carapelle (FG), nell’anno 2000, il prof. Pellegrino dell’Urologia degli Ospedali Riuniti di Foggia mi sottopose a diversi interventi chirurgici per colpa di un tumore uroteliale, mi fu tolto un rene e poi anche una parte della vescica.

Il primo intervento fu veramente devastante e il mio primo pensiero fu quello che per fortuna non facevo un lavoro pesante. Ero un tecnico riparatore di fotocopiatrici e convinto che sarei ritornato al più presto al lavoro.

Il necessario contatto con l’oncologo data la malignità del tumore, mi mise a conoscenza di una possibile connessione con il lavoro, il rene superstite rimasto aveva anche anomalie e l’oncologo mi consigliò di cambiare lavoro. Mi disse che nei toner c’erano sostanze derivate da idrocarburi pesanti che provocavano la mia malattia. Poi aggiunse che era il caso di segnalare la malattia professionale, anche se sarebbe difficilmente stata riconosciuta, ma aggiunse che erano processi lunghi e che sarebbero emersi altri problemi connessi e che avevo qualche possibilità.

Per un onesto lavoratore, contrarre malattia e sentirsi dire di lasciar perdere quanto faticosamente imparato per sedici anni è una esperienza che non auguro a nessuno, con una famiglia e figli sulle proprie spalle.

Per segnalare la malattia professionale fu anche complicato, il datore di lavoro non ne volle sapere di fare la segnalazione e mi decisi ad andare di persona all’Inail. Conoscevo persone all’Inail di Foggia perchè andavo anche da loro a riparare le fotocopiatrici e raccontai ad una dottoressa tutto quello che mi era accaduto.

Ero nell’attesa dell’intervento sulla vescica dato che esami mostravano una possibile recidiva del cancro renale e dovevo urgentemente di nuovo ricoverarmi.

Una persona infuriata e determinata come la dottoressa dell’Inail non l’avevo mai vista, mi disse di stare tranquillo e di ricoverarmi, per la segnalazione della malattia professionale avrebbe Lei stesso provveduto dicendomi che se l’azienda dove lavoravo nell’arco di pochi giorni non avesse fatto la segnalazione di malattia professionale, l’avrebbe denunciata e passibile di una multa di diverse decine di milioni delle vecchie lire.

Poco dopo in ospedale ricevetti telefonate dalla ditta di dove lavoravo infuriati da quello che avevo fatto. Così partì la denuncia ma dopo poco tempo arrivò la risposta che non c’era nessun nesso causale tra malattia acquisita e sostanze da me manipolate.

Feci causa all’Inail, serviva un certificato di malattia professionale e si prestò un giovane medico del lavoro a scriverlo. Capii subito che si dovevano trovare notizie e che quel certificato non sarebbe bastato.

Mi licenziai ed ero sconfortato, mi chiedevo perchè Dio mi voleva vivo, ero convinto che volesse continuare ad umiliarmi.

Nel 2003 una mia parente mi chiese se volevo fare un corso per conoscere il computer. Gli dissi di no, era un corso con persone molto più giovani di me, ma il fatto che era gratuito, finanziato dalla Regione Puglia e poi anche per non continuare a trascorrere le giornate senza fare nulla mi fece cambiare idea e decisi di frequentare questo corso.

Coniugai presto l’interesse della mia malattia con internet e mi misi a cercare notizie.

Trovai infatti che a Genova c’erano numerose denunce di tumori uroteliali della vescica connessi ad una sostanza chiamata nerofumo. Il tumore uroteliale era la mia malattia e il nerofumo era un principale ingrediente del toner.

Incominciai a chiedere notizie a medici, giornalisti, operatori della prevenzione e scoprimmo che la mia malattia non era una novità nelle fabbriche dei pneumatici dove veniva anche utilizzato il nerofumo. Le notizie che si trovavano erano importanti ed una giornalista mi convinse a fare un sito web. Il sito suscitò un interesse iniziale, e mi permise di avere contatti con altri sfortunati colleghi di lavoro. Le notizie trovate servirono anche per la mia causa e dopo sei anni nel 2006 mi fu riconosciuta la malattia professionale.

La notizia del riconoscimento doveva essere importante ma non ebbe l’effetto che volevo. I giornalisti non ne vollero parlare, e ricevevo anche tante lamentele, qualcuno definì anche le mie notizie solo come allarmistiche e prive di fondamento, altri ancora peggio dicendomi che facevo del terrorismo. Così tolsi il sito dal web.

Ho continuato comunque a trovare informazioni e a divulgarle e a discuterle con chi opera nel campo della Prevenzione, credo che proprio da loro sia maturata la Interrogazione che l’Onorevole Minasso ha fatto il 4 Dicembre 2008 alla Camera dei Deputati sul problema del toner.

Quello che io vorrei oggi, senza creare inutili allarmismi, è che innanzitutto le ditte che producono di questi materiali si orientino su prodotti non nocivi, sia per l’uomo che per l’ambiente. Dato che ben poco esiste oggi nella letteratura della Medicina del Lavoro sulle malattie professionali del settore, si dovrebbero porre i lavoratori maggiormente esposti a Sorveglianza Sanitaria e usare Registri sia a livello regionale che nazionale, ove annotare malattie segnalate; creare gruppi omogenei, sviluppare sistemi di protezione e organizzare studi di follow-up, che seguano queste persone nel tempo.

Vi sono sufficienti evidenze per suggerire il legame con possibili danni all’apparato respiratorio connessi alle piccole dimensioni delle polveri di toner e rischi di cancerogenicità riconducibili alla natura chimica delle componenti delle polveri da stampa. Si dovrebbe considerare ogni sostanza chimica nel toner come potenzialmente pericolosa e adottare il principio di precauzione; peraltro ce ne sono tantissime di cui si conosce ben poco.

Le misure di prevenzione migliori da adottare per i tecnici sono:
maschere idonee a proteggere da polveri fini e sostanze chimiche, guanti, occhiali (premure particolari per chi porta lenti a contatto, che potrebbero trattenere piccole particelle).

Comportamenti idonei a ridurre i rischi:
indossare i mezzi di prevenzione, evitare di mangiare, bere e fumare mentre si manipolano i toner; considerare le contaminazioni crociate e provvedere a lavarsi accuratamente alla fine del turno di lavoro e prima dell’utilizzo di servizi igienici; considerare contaminati gli indumenti utilizzati sul lavoro e le calzature.

Misure di prevenzioni per utenti:
nel caso si caricano le cartucce toner indossare guanti, evitare di disperdere la polvere del toner, ricambiare continuamente d’aria l’ambiente in cui tali apparecchiature risiedono;
se necessario installare aspiratori di fumo idonei e filtri che limitano l’emissione di gas e particolato; tenere accese le apparecchiature solo nel caso della stampa;
far fare manutenzione programmata alle apparecchiature da personale qualificato.


Saluti, Francesco Rollo
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Risultati del rapporto annuale sulla sicurezza nei luoghi di lavoro della regione Lazio, in cui gli incidenti sembrano pian piano diminuire ma resta il problema del maggior numero di infortuni tra gli stranieri e le campagne in cui la stragrande maggioranza dei lavoratori è assunta in nero.

Rapporto 2009 degli incidenti sula lavoro accaduti nella regione LazioIl Direttore Generale dell’Inail Lazio, Antonio Napolitano, ha presentato il 18 novembre 2009 il rapporto annuale sugli infortuni che riguarda il loro andamento durante tutto l’anno 2008 per questa regione d’Italia.

Nello scorso anno, infatti, solo nel Lazio è avvenuta la denuncia di 58.000 incidenti sul lavoro, con un piccolo calo dello 0,12% rispetto al 2007: gli infortuni sono diminuiti soprattutto nel settore manifatturiero del 9% e nell’edile del 7,4%
Il Lazio sta tendendo sempre più a diminuire gli incidenti sul lavoro anche se un numero ragionevole (se così si può dire) di incidenti è molto lontano.

Dal rapporto si evince che la maggior parte degli incidenti denunciati avviene all’interno delle aziende, mentre quelli “in itinere” hanno avuto un aumento dell’8%.

Anche gli incidenti di cittadini stranieri sono aumentati, soprattutto per quelli rumeni, che rappresentano il 16% di tutti gli incidenti a carico di stranieri in Italia: il rapporto tra incidenti e numero di abitanti nel caso degli stranieri è 44 su 1000, mentre per i cittadini italiani e di 39 su 1000.
La causa di questa differenza sarebbe ricollegabile al fatto che gli stranieri vengono impiegati per eseguire lavori più pericoli, e spesso non hanno nemmeno una minima coscienza di cosa sia la sicurezza sul lavoro.

Il rapporto reca anche alcuni dati che riguardano le malattie professionali: i settori più colpiti sono quelli dei trasporti, delle costruzioni e dei servizi pubblici. Purtroppo, però, un solo anno per analizzare le malattie professionali non basta, ma comunque il rapporto ufficializza che sono in costante aumento. In fatto di malattie professionali, il settore agricolo non ha riportato alcun problema, ma questo solo perché la quasi totalità dei lavoratori è assunta in nero, e molto raramente vengono denunciati infortuni in questo settore.
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Un resoconto di ciò che è stata la conferenza mondiale sull’amianto che si è tenuta a Taormina nei primi giorni di ottobre 2009, dove sono stati fissati 10 punti che nei prossimi anni serviranno a salvaguardare la salute di tutti i cittadini del mondo.

Incontro mondiale sull'amianto a Taormina in ottobre 2009Nei primi giorni del mese di ottobre 2009, si è svolta a Taormina una conferenza mondiale sull’amianto.

L’incontro ha avuto lo scopo di studiare, a livello mondiale, cosa avviene dettagliatamente quando l’organismo umano entra in contatto con le fibre di amianto: in questo modo è possibile aiutare maggiormente la ricerca per capire come prevenire ancora meglio i danni mortali di questo materiale.

In particolare, dalla conferenza sono emerse 10 problematiche che riguardano specificamente il nostro paese, anche se alcune sono tranquillamente trasportabili a livello mondiale.
  1. Emanazione di un bando mondiale per diffondere la conoscenza sull’amianto e poter ridurre, così, il più possibile la contaminazione inconsapevole dei lavoratori.
  2. Programmazione di screening medici per tutti i lavoratori che hanno lavorato in posti dove l’amianto è o era presente.
  3. Creazione di un tavolo di confronto per unificare le azioni di messa in sicurezza degli ambienti di lavoro.
  4. Individuazione costante e permanente di luoghi italiani adeguati allo stoccaggio dell’amianto.
  5. Attivazione di nuove discariche che al momento sono solo 68.
  6. Stanziamento dei fondi da dedicare alla ristrutturazione e bonifica dell’amianto.
  7. Aggiornamento della lista dei minerali cancerogeni (non è solo l’amianto a fare male).
  8. Individuazione di un valore limite di presenza di amianto anche al di fuori dei luoghi di lavoro.
  9. Unificazione e standardizzazione delle metodologie di analisi dei materiali di risulta derivanti dalle procedure di resa inerte del materiale.
  10. Aumento dei controlli delle estrazioni di asbesto in quei paesi dove ciò ancora avviene, ovvero Russia, Cina, Africa, Canada. In questi paesi l’aumento di tumori causati dalla respirazione di fibre di asbesto (mesotelioma) è aumentato del 67% in quindi anni.
Anche se in Italia non viene più lavorato l’amianto da decenni, la situazione è comunque molto grave e il testo unico sulla sicurezza sul lavoro ha addirittura dedicato un intera sezione a questo problema. Infatti la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro reca tutte le regole per proteggersi dai rischi derivanti da contaminazione da amianto.
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