ottobre 2009


Patchwork: per avere uno stipendio è indispensabile fare più lavoriOggi la parola “precariato” è sorpassata, e forse lo sono anche le definizioni “posto fisso” e “posto unico”.
I lavoratori, giovani e meno giovani, chiamati a fronteggiare la crisi, sono alle prese con una nuova attività: quella di saper incastrare spezzoni di tempo per portare in tasca uno stipendio decente facendo lavori differenti nell’arco della stessa giornata.


1) Facciamo l’esempio di Mario, 33 anni, laureato in informatica, diviso in tre impieghi differenti:
  • 30 ore settimanali per un contratto a progetto presso una grande realtà del settore, in cui si occupa di risolvere problemi legati al funzionamento dei computer. Stipendio netto 1.100 euro mensili che non gli consentono di vivere e pagare l’affitto in una città come Milano;
  • nei giorni liberi della settimana offre la sua assistenza informatica ad aziende e privati (avendo aperto una partita iva);
  • per sei ore la settimana, di sera, tiene dei corsi presso un’associazione privata (che lo paga in nero).

2) L’ambizione di Daniele, 27 anni, laureato in Mediazione Linguistica e Culturale, sarebbe quella di trovare un lavoro che gli consenta di sfruttare le sue conoscenze di francese. Purtroppo le possibilità sono scarse, e Daniele si ritrova a:
  • insegnare presso un istituto privato per 8 ore la settimana;
  • dare lezioni private a domicilio per 6 ore la settimana;
  • lavorare in un call center per altre 20 ore.

  • Alla fine del mese il totale “racimolato” del suo stipendio sarà pari a 1.000 euro, somma che non gli consente di progettare un matrimonio o una convivenza.

3) Mirko invece, 22 anni, diplomato in elettronica, vede il “patchwork lavorativo” in maniera stimolante perché può dargli la possibilità di fare cose differenti e maturare esperienze diverse.
  • Durante il mattino, Mirko revisiona telefoni cellulari per una grande compagnia telefonica (tramite un contratto a progetto di 6 mesi);
  • di pomeriggio fa il tecnico del suono in una radio locale (fino a dicembre).

  • Totale mensile 1.200 euro lordi, da sottrarre le spese per i trasporti e i pranzi fuori casa; se riescono ad essere sufficienti è solo perché Mirko vive ancora in famiglia.

4) Nel mondo della comunicazione, abbiamo l’esempio di Angelo, 36 anni, di Roma, giornalista professionista dal 2005, sposato con una figlia di un anno.
Angelo è:
  • inviato sportivo per un’emittente radiofonica nazionale;
  • collaboratore di una società di service, di un sito internet specializzato in notizie calcistiche e di un quotidiano freepress.

  • A fine mese il totale è, sì, di 3.000 euro, ma egli rinuncerebbe volentieri a qualcosa, in cambio di una situazione stabile che garantisse più certezze alla sua famiglia.

5) Nel settore delle agenzie del lavoro abbiamo l’esempio di Matteo, 29 anni, laureato in Scienze naturali, lavora da due anni per una grande società di lavoro interinale.
Si divide tra:
  • impiego da commesso nei centri commerciali;
  • inventarista in libreria.

  • Mensile netto 950 euro.

6) Anche Andrea, 28 anni laureato in Scienze Politiche e attualmente disoccupato, ha messo insieme diverse esperienze.
  • Dopo il call center, ha lavorato in una ditta metalmeccanica e in un’agenzia assicurativa; infine si è ritrovato a fare il barista in due diversi locali per un netto mensile di 1.100 euro, ma almeno aveva dei contratti regolari.

In tutto questo, quello che più preoccupa i giovani è il pagamento in nero, che non dà alcuna tutela né nel presente né per il futuro.
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Soluzione per un calo importante dei morti sul lavoro Il normale pensiero e comportamento che ogni lavoratore dovrebbe avere sul luogo di lavoro è quello di restare costantemente vigile e attento a quello che si sta facendo in modo da ridurre ai minimi livelli il rischio di incidenti. Purtroppo, soprattutto in Italia, gli effetti negativi di un incidente ricadono, quasi sempre, esclusivamente sul lavoratore infortunato, e sempre troppo poco (quando questo succede) sui responsabili.

La sicurezza nei luoghi di lavoro ha un costo molto alto per gli imprenditori (con questa frase non intendiamo giustificare nessuno) e se a questo aggiungiamo il fatto che i controlli sono sempre assolutamente insufficienti e che la giustizia italiana è lenta e spesso troppo ingiusta verso i lavoratori, ecco che inculcare la sicurezza ad un operaio e convincerlo ad adottare tutte le misure di sicurezza previste dalla legge diventa un vero e proprio optional.

Un capo giusto tiene molto alla salute dei suoi dipendenti. Non vorrebbe mai che un suo lavoratore rimanesse invalido a vita o addirittura perdesse la vita, e rovinasse così la vita sociale ed economica della sua famiglia. Un buon capo farebbe sempre di tutto per sentirsi la coscienza a posto nel caso in cui un proprio operaio dovesse avere un incidente che lo costringerebbe ad una vita più difficile di quella che già è di per se. Ma purtroppo non è quasi mai così!

Anche se la momentanea assenza o la perdita di un dipendente è una grave perdita economica per l’azienda, questo sembra non preoccupare i datori di lavoro, soprattutto se il lavoratore è assunto in nero. Pare proprio che per la sicurezza nei luoghi di lavoro (come tante altre cose in questo Paese) essere disonesti e non rispettare le regole sia economicamente vantaggioso. Eppure tutti noi cittadini, con le nostre tasse, paghiamo (o buttiamo, fate voi) circa 45 miliardi di euro all’anno per tutte le spese che ruotano intorno agli incidenti sul lavoro.

Gli incidenti sul lavoro sono sempre esistiti e si è “cercato” di porvi rimedio creando diversi leggi fino all’arrivo della famosa legge 626 del 1994 che in un certo senso ha portato une ventata di rinnovamento rispetto alle leggi presenti fino a quel momento.

Certamente il rispetto delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro non deve ricadere unicamente sul datore di lavoro; ognuno deve fare la sua parte: i datori devono mettere a disposizione tutto il materiale necessario a proteggere i dipendenti e deve farli partecipare ad corsi sulla sicurezza sul lavoro; i dipendenti, invece, devono indossare quello che la legge impone e devono imparare tutto ciò che è fondamentale per la loro sicurezza.
Si sa che anche se il materiale ha disposizione dei lavoratori è presente sul posto di lavoro, in molti casi non viene utilizzato. E si sa anche che i lavoratori che adottano scrupolosamente tutte le misure di sicurezza, vengono spesso derisi dai colleghi di lavoro o dallo stesso titolare dell’azienda, subendo, così, una sorta di mobbing legato alla protezione della propria salute e della propria vita.

Dalla legge 626/94 sono comunque passati diversi anni e il 9 aprile 2008 essa si è tramutata in 81/08, una nuova legge che però solo 16 mesi dopo ha avuto bisogno di essere nuovamente modificata (!) diventando legge 106/09.

Speriamo che questa sia la volta buona!
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Il passato D.Lgs 81/08 è stato modificato ad agosto 2009 dal D.Lgs 106/09, e presenta alcune correzioni e miglioramenti che riguardano principalmente:
  • gli obblighi e i doveri dei soggetti coinvolti dalle norme;
  • i criteri da rispettare riguardo gli appalti e le forniture;
  • multe pecuniarie da applicare in caso di non rispetto delle norme.
La prima novità che ci sentiamo di mettere in risalto è che purtroppo i volontari non vengono più considerati come dei “lavoratori dipendenti”. Essi, infatti, vengono paragonati ai lavoratori autonomi, quindi che godono di molta meno tutela.

Per quanto riguarda gli obblighi del datore di lavoro, ora deve mandare la visita medica al lavoratore entro le scadenza previste dal programma di sorveglianza sanitaria. Inoltre il medico competente deve sempre ricevere comunicazione del cessato rapporto di lavoro tra lavoratore e azienda.

Il medico è l’unica figura che istituisce, aggiorna e custodisce la cartella sanitaria dei lavoratori che si trovano sotto sorveglianza sanitaria, e una copia di questa cartella deve essere consegnata al lavoratore a rapporto di lavoro concluso.

In merito ai contratti d’appalto e d’opera, il datore che concede i lavori, i servizi e le forniture, deve assicurarsi che le ditte appaltatrici o i lavoratori autonomi presenti all’interno della propria azienda, siano in possesso di tutti i requisiti tecnico-professionali che la legge richiede.

Nella valutazione dei rischi che i responsabili alla sicurezza devono effettuare, ora è stato inserito il concetto di “stress lavoro-correlato”: un tipo di rischio per ogni lavoratore che supera l’ordinario concetto che la sicurezza sia unicamente legata all’attrezzatura, alle sostanze utilizzate o ai luoghi di lavoro.

Per le aziende fino a 5 lavoratori, il datore di lavoro potrà occuparsi personalmente del primo soccorso, della prevenzione degli incendi e dell’evacuazione in caso di pericolo ma solo se avrà avvisato il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e solo dopo aver frequentato gli specifici corsi di formazione.

L’articolo 68, che riguarda le sanzioni per il datore di lavoro, è stato completamente rielaborato.
  • Il valore della multa più grave è stato ridotta da 12.000 a 6.400 euro.
  • Il periodo massimo d’arresto è passato da 12 a 6 mesi.
  • Il valore massimo della sanzione amministrativa è passato da 2.500 a 1.800 euro.
  • Se il datore di lavoro commetterà più violazioni in una stessa categoria di norme, la sanzione sarà unica e non tante quante le violazioni commesse; l’organo di vigilanza le potrà comunque verbalizzare singolarmente.

Le sanzioni del nuovo D.Lgs sono state caratterizzate da una media generale di riduzione tranne che in qualche articolo che riguarda le violazioni delle norme dalle quali sono derivate gravi malattia o morte.

Potete trovare ulteriori informazioni sul sito della ANFOS
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