mar 30 mag 2006
A volte sono portato a pensare che la mancata considerazione apprestata dalle istituzioni nei nostri confronti, cioè nei riguardi di noi INNOMINABILI (disoccupati, precari, lavoratori in nero, collaboratori a progetto ecc. ecc.), sia la logica conseguenza di un comportamento autolesionistico. Mi è capitato di leggere in un blog il commento di una persona che giustificava, e per certi versi condivideva, l’ utilizzo del lavoro nero per scongiurare le abiezioni del lavoro atipico, perchè “…un lavoratore in nero se la passa molto meglio economicamente di un lavoratore precario a progetto….”. E’ proprio questa la logica da combattere e da evitare con fermezza e decisione ! Nel nostro paese ci si adopera sistematicamente per trovare l’ escamotage alternativo al male estremo, non ci si sforza, al contrario, di intervenire con strumenti adeguati, soprattutto ideologici, in un mondo del lavoro caratterizzato da culture mafiose, utilitaristiche e lobbistiche, tendenti a sminuire e ostracizzare le forme legali di lavoro: il lavoro dev’ essere quello garantito, tutelato e gratificante. Basta ! Non dobbiamo più adattarci al male minore. BISOGNA REAGIRE. Il lavoro nero non è una condizione migliorativa, non è una forma di lavoro. Vogliamo capirla una volta per tutte che senza un riconoscimento giuridico, formale ed ufficializzato siamo e rimarremo numeri da citare nelle miserrime classifiche dell’ ISTAT o dei dispacci del Ministero del Welfare ? Noi innominabili rivendichiamo una fisionomia, un’ identità, un nome: lavoratori regolari.
maggio 31st, 2006 at 14:29
Sono d’accordo che accettare il lavoro nero sia deleterio, oggi ho scritto un post e ho avuto l’impressione di non essere stato chiaro, potresti darmi il tuo parere, ti ringrazio…