maggio 2006


A volte sono portato a pensare che la mancata considerazione apprestata dalle istituzioni nei nostri confronti, cioè nei riguardi di noi INNOMINABILI (disoccupati, precari, lavoratori in nero, collaboratori a progetto ecc. ecc.), sia la logica conseguenza di un comportamento autolesionistico. Mi è capitato di leggere in un blog il commento di una persona che giustificava, e per certi versi condivideva, l’ utilizzo del lavoro nero per scongiurare le abiezioni del lavoro atipico, perchè “…un lavoratore in nero se la passa molto meglio economicamente di un lavoratore precario a progetto….”. E’ proprio questa la logica da combattere e da evitare con fermezza e decisione ! Nel nostro paese ci si adopera sistematicamente per trovare  l’ escamotage alternativo al male estremo, non ci si sforza, al contrario, di intervenire con strumenti adeguati, soprattutto ideologici, in un mondo del lavoro caratterizzato da culture mafiose, utilitaristiche e lobbistiche, tendenti a sminuire e ostracizzare le forme legali di lavoro: il lavoro dev’ essere quello garantito, tutelato e gratificante. Basta ! Non dobbiamo più adattarci al male minore. BISOGNA REAGIRE. Il lavoro nero non è una condizione migliorativa, non è una forma di lavoro. Vogliamo capirla una volta per tutte che senza un riconoscimento giuridico, formale ed ufficializzato siamo e rimarremo numeri da citare nelle miserrime classifiche dell’ ISTAT o dei dispacci del Ministero del Welfare ? Noi innominabili rivendichiamo una fisionomia, un’ identità, un nome: lavoratori regolari.
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mobbing  Voglio riportare la coraggiosa e lucida testimonianza di una donna (si firma Marte) anch’ essa considerata, come tutti noi, una “innominabile” senza dignità lavorativa: ….ho pensato molto a cosa voglia dire oggi mafia, in questo mese di spine, fiorito nel sangue di tragici fatti che puntualmente ci si presentano in veste di anniversari da commemorare. Un solo giorno l’anno per alcuni, tutto l’anno per altri. La mafia, quella che esplodeva bombe e lupare non esiste più. Ha smesso i colori sanguinosi delle stragi e si è dedicata a nuovi affari, vestendosi in doppiopetto e frequentando locali alla moda, fiore all’occhiello di quella rinascita culturale che molti auspicavano come segno tangibile di rinascita. La mafia, quella violenta dei morti ammazzati e delle sirene che strepitano giorno e notte non esiste più. Ma una cosa non è venuta meno, il poter essere ricattabili. Al Sud come al Nord. Essere costretti al ricatto, da padrini e datori di lavoro. Io non ci vedo differenza. Se cosa nostra è definita sui libri un’associazione contro lo stato, penso che non lo siano da meno certe nuove realtà del mondo del lavoro, che pur legittimate dallo stato finiscono per minare alla base i diritti leciti di un’altro stato, più piccolo ma ugualmente dignitoso: lo stato dei lavoratori. Solo che oggi di lavoratori veri non ce ne sono più. Mascherati sotto mille diciture, precari nei diritti come nel lavoro. Il concetto non cambia, resti ricattabile. Oggi sono andata al sindacato, ho chiesto se è legittimo il fatto che la mia agenzia interinale si permetta di dirmi che le ferie che maturo non me le retribuisca. Se è Legittimo il fatto che eventuali giorni di ferie mi vengono tolti dalla busta paga e pagati poi alla fine, al termine del rapporto. Mi è stato detto di no. Non è. Ma mi è anche stato detto che non c’è molto da fare. Perchè se il sindacato interviene mi “brucio”. In altre parole perdo la possibilità di poter trovare ancora lavoro. Ecco, io oggi mi sono sentita ricattabile. Non da un’organizzazione sovversiva e illegale di stampo mafioso, ma da un mercato del lavoro che pur non essendo illegale usa metodi mafiosi per controllare a suo piacimento i lavoratori e i loro diritti. marte http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1356Š
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chaplin Ciò che non si conosce, ciò che volutamente e vigliaccamente si ignora o si snobba, è tutto ciò che fa paura. Istituzioni, sindacati, rappresentazioni sociali ed associazioni pubbliche hanno smarrito la via del dialogo, o meglio, sono diventati poco propensi all’ ascolto. Se qualcuno prestasse la dovuta attenzione alle storie di lavoro, piuttosto che del non lavoro, proverebbe, anche se dissimulando, un senso di profondo sconforto. Voglio riportare in sintesi la storia di un laureato 27enne con il quale oggi ho parlato: con una laurea in scienze della formazione ha trovato un lavoro precario nel bar di un cinema multisala. Apprezzato dai colleghi per professionalità, cortesia, correttezza e bravura nello svolgimento della mansione è stato l’ unico dei dipendenti addetti al bar che non si visto rinnovare il contratto alla scadenza. Motivo ? I superiori hanno laconicamente sentenziato: “non ti rinnoviamo il contratto”. I colleghi, a quel punto, hanno deciso di riunirsi solidalmente e di chiedere formalmente ai gestori del cinema la riassunzione del collega, meritevole di tutta la loro stima ed ammirazione professionale. Questo ragazzo, oggi, non lavora più lì. Per quale ragione? Era troppo bravo ! L’ establishment governativo rivendica la concertazione come strumento per incrementare lo sviluppo economico e professionale, ma la concertazione è prima di tutto condivisione, dimostrazione di un sentito interessamento alle problematiche giovanili e, soprattutto, propensione all’ ascolto. Abbiamo molte storie da raccontare, non vogliamo l’ aiuto caritatevole dell’ inutile assistenzialismo del passato, chiediamo soltanto di essere ascoltati.
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