aprile 2006
Monthly Archive
mar 18 apr 2006
Scritto da Amministratore - categoria:
Povera patria[2] Commenti

(
foto tratta da workartonline.net)
Conoscete il nome dell’ ultimo eliminato dalla casa del “
Grande Fratello“?……e chi ha vinto l’ ultima edizione de “
L’ isola dei famosi” ?……ed il numero delle mogli che ha avuto
Tom Cruise ?
Facilissimo, lo sanno tutti ! Lo so anch’ io !
E sapete chi è
Giovanna Mulas ? NOOOO ? Ma come biasimarvi ?! D’altronde, fino a poco tempo fa, era ignota anche a me. Giovanna Mulas
non è una velina, non ha mai partecipato ad un reality, non ha mai posato per un calendario osè, non canta, non balla e non è fotografata da paparazzi, in cerca di gossip, mentre fa shopping in via Montenapoleone.
Giovanna Mulas, 37enne sarda, è una “vittima” della
precarietà sottoculturale
del lavoro intellettuale: nonostante abbia vinto
52 premi letterari nazionali ed esteri, nonostante abbia ottenuto la
nomination al premio Nobel per la letteratura, Giovanna, ha delle difficoltà economiche perchè vive esclusivamente delle entrate dei suoi libri, per cui, da diverso tempo, si richiede al Governo italiano di inserirla tra i beneficiari della
Legge Bacchelli.
Ho contattato Giovanna per chiederle il permesso di pubblicare un articolo che la riguardasse e queste sono le soavi parole con le quali mi ha risposto:
Caro Raffaello, caro amico. Siamo menti, mascrosfeminas, uominidonne dalla dignit` e libert` che
rappresentano una bandiera, il futuro di un paese troppo ferito dai cantori
di sogno che il sogno, in realt`, lo temono. Lei sa che il sogno, Raffaello,
trascina il pensiero alla coerenza, alla scelta, al confronto e, quindi,
alla ribellione. Mai smettere di sognare, dunque, per un’Italia che davvero
sia mondo, per i figli che sono e quelli che verranno.Mio nonno, contadino
figlio di contadini sardi, agresti e duri come la terra che li aveva
partoriti, mi ripeteva che mai aveva abbassato gli occhi davanti a qualcuno.
Neppure quando quel qualcuno andava in giro per le campagne in groppa al suo
cavallo da padroncino. Neppure quando aveva messo in pegno le fedi del suo
matrimonio e chiesto lire in prestito, per camparsi, aveva abbassato gli
occhi. Ebbene, quegli occhi sono i miei occhi. Ed i suoi, Raffello, e quelli
di mille e mille anime ancora.Pubblichi l’articolo sulla mia vita come da gentile proposta. Intanto
segnalo l’ area blog Isla Negra, ai fini di interattivit` certamente
proficua, e a livello internazionale con patrocinio UNESCO, tra i
partecipanti: http://isla_negra.zoomblog.com.
Con tutta la mia stima di donna.
G.Mulas
Dimostriamo, e dimostri in prima persona il Governo italiano, a Giovanna, che la stima di una donna come lei è anche la stima di un popolo refrattario all’ incedere dell’ ignoranza. Sottoscriviamo anche noi la richiesta per l’ applicazione della Legge Bacchelli, facciamolo per Giovanna e per sconfiggere chi ci vuole considerare gli “ignari del sapere“.
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mer 12 apr 2006
Scritto da Amministratore - categoria:
Varie[2] Commenti
(“Il settimo sigillo” di I. Bergman)
Il 6 marzo scorso, con la sentenza n° 4774 della Sezione lavoro, la Corte di Cassazione è intervenuta duramente su una delle più latenti e più disdicevoli realtà lavorative: il mobbing.
Il termine inglese “mobbing” indica l’ assalto di un gruppo verso un individuo ed è un comportamento tipico del mondo animale utilizzato allorquando si vuole ostracizzare un consimile dal branco. Ancora, la parola “mobbing” deriva dal latino “mobile vulgus“, cioè il movimento della gentaglia. In ambito lavorativo consiste nella perpetrazione di abusi, vessazioni, mortificazioni, pesanti dileggi, discriminazioni e, a volte, persino violenze fisiche finalizzate alla distruzione emotiva e fisica del lavoratore, il quale viene indotto ad abbandonare il lavoro senza che il datore di lavoro ricorra al licenziamento.
L’ O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha catalogato il mobbing come malattia che provoca una serie di sintomatologie invalidanti quali cefalea, insonnia, depressione, perdita di autostima, tremore, tachicardia, gastrite, dermatosi, nevrosi, isolamento e conseguente suicidio. Le discriminazioni lavorative hanno avuto ed hanno tuttora, purtroppo, un largo utilizzo soprattutto nelle situazioni lavorative in nero, laddove è stato sempre difficile dimostrare persino l’ esistenza di un rapporto lavorativo, per non parlare poi dei ricatti ai quali deve sottostare una persona per non privarsi dell’ unica fonte reddittuale di cui dispone, per sé o per un’ intera famiglia.
In Italia si stima che il numero di mobbizzati è di circa un milione e duecentomila, numero destinato a quadruplicarsi se si computano i familiari di chi vive questa frustrazione.
La Cassazione, dunque, ha fornito alcune precisazioni sulla definizione giuridica di mobbing: i comportamenti vessatori di superiori gerarchici (mobbing verticale) o di colleghi (mobbing orizzontale) debbono comportare una lesione dell’ integrità fisica e della personalità morale del lavoratore ai sensi dell’ Art. 2087 del Codice civile, cioè la disposizone che vincola l’ imprenditore ad adottare tutte le misure che sono idonee a rispondere all’ obbligo di sicurezza delle condizioni di lavoro.
La Suprema Corte, però, ha dato una connotazione giuridica soltanto all’ idoneità offensiva della condotta “che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’ azione nel tempo dalle caratteristiche di persecuzioni e discriminazioni, risultanti da una connotazione emulativa e pretestuosa anche in assenza di una violazione di specifiche norme di tutela del lavoratore subordinato”.
Ma la gran parte della realtà lavorativa è costruita sulla “rispettabile” omertà dei lavoratori in nero, è formata da situazioni di lavoro illegale, indegno, in cui lo sfruttamento lavorativo è vissuto con spirito di servile riconoscenza. La protesta, la rivendicazione di condizioni umane di prestazione di lavoro, la richiesta di giusto ed equo compenso commisurato all’ attività svolta ed all’ orario lavorativo sono ignorate dalla maggior parte dei lavoratori ricattati.
La cultura del lavoro pone le sue fondamenta nella sottocultura della sopportazione e della meschina rassegnazione.
Il nostro ruolo nella società non è quello di vittime rassegnate e di emarginati: il silenzio alimenta la violenza contro noi stessi.
Un lavoratore o una lavoratrice che sopporta una discriminazione ed esegue timorosamente un ordine non è un essere umano bensì uno schiavo senza dignità.
La cultura del lavoro dignitoso ci appartiene di diritto, RIVENDICHIAMOLA !
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lun 3 apr 2006
Scritto da Amministratore - categoria:
Storie[15] Commenti
(E. Munch: “La Disperazione”)
Pubblico la testimonianza di una ragazza
laureata del Sud:
Sono nata nel Salento (prov. di Lecce) ma cresciuta in Lombardia xkè figlia di laureati del sud emigrati al nord x lavoro.
Dopo 14 anni l’amore x questa terra ha avuto il sopravvento e così siamo ritornati nel salento.
cinque dopo a partire sn stata io: e ho scelto Bologna,per i miei studi universitari: una città che mi ha dato tanto. con me,una valigia piena di sogni e ambizioni
invece….
4 anni dopo mi laureo ed entro di diritto in quello che chiamo
l’
”esercito dei disperati”ossia dei
giovani laureati che come me cercano,cercano e provano di tutto,si accontentano,sopportano, piangono e alle volte esplodono….
siamo tanti e me ne rendo conto ogni volta che tento una selezione, un colloquio e mi ritrovo a sentire storie che sembrano uguali anche se appartengono a giovani che vengono da posti diversi dell’Italia.
nell’”esercito”mi sono arruolata 2anni e mezzo fa quando,
a soli 23anni,credevo che con una laurea in mano mi si aprissero chissà quante porte.. macchè, le porte mi sono state sbattute in faccia non so + quante volte su è giù x l’ Italia. le solite cose “lei è troppo giovane”,”non ha sufficiente esperienza”(quando dovevo acquisirla se fino a 23anni avevo fatto un tour de force x laurearmi in tempo?)”ma lei a 23anni ha ancora voglia di studiare?”(ma perchè, allora sto facendo un colloquio x un master??)
il primo lavoro: telemarketing x una nota compagnia assicurativa a
400euro al mese x sopravvivere a Bologna,x dar fastidio alla gente, ma dovevo pur iniziare a lavorare, fare esperienza…in realtà ho imparato poco e sn stata umiliata molto….ci mandavano in giro allo sbaraglio l’importante era fare budget e se non ci riuscivi scattava il
mobbing:quello pesante!tutto questo x 6mesi. poi ho mollato ho mollato anche Bologna, la città dove avevo studiato ormai satura sul fronte occupazionale…
Appena tornata in Puglia ho fatto un’esperienza drammatica: il lavoro sembrava stimolante e compatibile con le mie ambizioni. mi avevano scelta xkè avevo fatto esperienza fuori e quindi maturato un forma mentis diversa da chi nasce e muore in questa terra senza “aprirsi” .un po’ come loro che si sentivano “moderni”x il fatto di avere vissuto a Milano. ma di “moderno” ho visto ben poco..il mio capo era un uomo dell’800 seduto dietro una scrivania lontano anni luce da un pc e da una rete!la moglie mi comandava a bacchetta ignorando le più basilari regole motivazionali.x me erano i primi giorni,ero bombardata da 1000input al secondo e ogni minimo errore era una tragedia!avevano capito che ero emotiva (ma chiunque i primi giorni di lavoro un po’ teso e impacciato lo è) e piuttosto che mettermi a mio agio e creare un buon clima organizzativo mi pressavano e facevano sentire incapace. mi hanno detto che ero lenta nell’apprendimento( non credo, ho superato 23 esami in 3anni e mezzo)e
un bel giorno mi hanno dato dell’ignorante x aver scritto incombenza con la zeta……10minuti di rimprovero a porte chiuse (forse x la privacy)
non potevo accettarlo, ho tirato fuori due vocabolari e gli ho sbattuti in faccia alla signora incredula…me ne sono andata a testa alta dopo mille umiliazioni accettate con educazione e rispetto.
Questa è la storia di una ragazza che ha conosciuto il vero mondo del lavoro.
Finché la tolleranza e l’ ignavia caratterizzeranno la realtà lavorativa di molti giovani, laureati e non, solo le nostre storie potranno costituire una barriera posta contro gli abusi e le aggressioni subite nei luoghi di lavoro.
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