aprile 2006


E’ mia convinzione che la vittoria, o la sconfitta, di uno dei due grandi schieramenti partitici alle ultime elezioni politiche italiane, sia scaturita dalle modalità, dall’ impegno e dall’ autorevolezza con cui, almeno nelle parole propagandistiche, si è affrontato il tema del lavoro.  L’ alta affluenza alle urne è indicativa della cospicua partecipazione di noi giovani ad un appuntamento non solo elettorale, ma anche illusoriamente modificativo e migliorativo del mondo del lavoro. Ho sentito le testimonianze di molti tardo-adolescenti (25-30enni) che giustificavano il loro voto in base alla forza persuasiva dei due leaders durante la campagna elettorale, allorquando “profetizzavano” e si impegnavano a compiere rivoluzioni epocali per uscire dal tunnel della disoccupazione e del lavoro precario. Il fenomeno che ne è derivato non è quello di un’ Italia divisa in due perchè l’ intero elettorato si è dimostrato in uno stao confusionale: il dato elettorale è sinonimo di una netta ed apodittica scelta della popolazione, mentre le indecisioni ed i dubbi sono afferenti ad una classe politica impreparata e disorganizzata nell’ affrontare argomenti delicati come quelli attinenti alle urgenti riforme che occorre apportare alla Legge Biagi/n° 30 per ridare dignità ai lavoratori. Uno dei precipui intenti del nuovo Governo dovrebbe essere quello di creare quell’ amalgama necessaria per programmare e per implementare le politiche sociali fondamentali per rendere l’ intera popolazione italiana compartecipe del bene, essenzialmente economico, dell’ intero Paese. Purtroppo anche le più ortodosse scelte istituzionali come l’ elezione dei presidenti di Camera e Senato, materialmente farraginose ma ideologiacamente agevoli, per lo meno nella scelta, paventano delle difficoltà nella gestione governativa e politica della Nazione. Intanto i giovani aspettano, aspettano, aspettano, aspettano…….e sperano, sperano, sperano………
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(G. Pellizza da Volpedo: Quarto Stato) Il lavoro del terzo Millennio è atipico: le assunzioni sono  di tipo flessibile, a termine, temporanee ed interinali, ma sono soprattutto atipiche. Atipico, nell’ accezione più lata, indica anche un “fenomeno che si distingue per particolare originalità”. L’ originalità di noi italiani è quella di aver impersonato il ruolo di cavie mentre le riforme sperimentali iniziate con il “pacchetto Treu”, passate per la “riforma del contratto a tempo determinato del 2001″, e giunte al culmine della instabilità con la “Legge Biagi/n° 30″ hanno smantellato ed eroso la naturale stabilità dell’ impiego per i neoassunti. La flessibilità è, potenzialmente, uno strumento transitorio e destinato a creare nuova occupazione in periodi di instabilità occupazionale, non deve però essere adoperato maldestramente con lo scopo di enfatizzare dati e percentuali di illusorio incremento di forza lavoro; è un mezzo largamente utilizzato in tutta Europa, anzi, in tutto il continente, ma in Italia, ironia della sorte, non comprende forme di tutela contro i rischi del licenziamento. Basti pensare che l’Italia annovera la percentuale di lavoratori atipici e temporanei, sul totale dei lavoratori dipendenti, più alta d’ Europa: 13% contro una media UE del 10%. Una probabile soluzione sarebbe quella di tutelare i neoassunti, senza distinzione di età anagrafica, attraverso forme di indennizzo, a danno dei datori di lavoro che licenziano, da aumentare progressivamente in riferimento alla minor durata del contratto di lavoro.
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HEY………ritornano gli anni ’50 ! E’ evidentissima la diffusione, anzi la restaurazione, dei fenomeni sociali tipici di quegli anni. Non solo la moda ha accorgimenti nostalgici, persino il mondo del lavoro richiama e sè, con foga, i medesimi trattamenti remunerativi e comportamentali che gli opifici del dopoguerra riservavano ai propri dipendenti. Negli anni ’50 i precursori della disoccupazione hanno avuto l’ ardire di partecipare ai flussi migratori dal Sud verso il Nord, hanno numerosamente popolato le industrie del triangolo industriale (Milano-Torino-Genova) ed i più fortunati sono stati assunti per essere sfruttati, del tutto lecitamente secondo le leggi del tempo, 10-12 o più ore al giorno. Ma la realtà cambia e con essa il lavoro, che muta, si evolve, si adegua ai periodi di bassa congiuntura, e poi collassa, tracolla ma regolamenta l’ utilizzo della manodopera e preserva dall’uso indiscriminato di trattamenti lavorativi inumani. In agguato, però, c’è lo spettro dei “corsi e ricorsi storici”. Il mondo del lavoro è migliorato nel corso dei decenni; dopo gli anni ’50 il posto fisso è divenuto una disillusione e i sindacati hanno affiancato le masse operaie che lottavano per rivendicare i diritti sottesi lo status di lavoratore. Parole sprecate e vane iniziative, la storia si ripropone con tutta la sua ferocia punitiva: oggi si migra nuovamente verso il Nord od oltralpe per fuggire dalla miseria e dalla barbarie occupazionale, i laureati sono ancora disoccupati dopo 3 anni dalla laurea e se hanno la fortuna di sottoscrivere un co.co.pro. guadagnano la “esorbitante” cifra 800 Euro al mese per 10-12 ore lavorative pro die: tutto esattamente come negli anni di Happy Days. Evviva, che entusiasmo ! Riecco gli anni ’50 ! Fonzie, aiutaci tu !
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