marzo 2006


Tempo fa ho spedito una mail ad esponenti di partito, redazioni di testate giornalistiche e di programmi televisivi, nella quale esprimevo e denunciavo duramente e lucidamente il senso di sconfitta vissuto da un trentenne del Sud quale io sono, laureato ma disoccupato/lavoratore precario in nero, costretto ad abbandonare la propria Terra per emigrare in cerca di un lavoro serio, concreto e non illegalmente sommerso. Il contenuto di quella mail ha suscitato un certo interesse sia da parte della redazione di “Racconti di vita”, programma domenicale di RAI 3 al quale ho partecipato intervenendo nella puntata andata in onda il 26 marzo u. s., sia da parte di “Tele Rama”, con il programma “Salento d’ amare”,un’ emittente televisiva della provincia di Lecce. Voglio però riportare quanto ha scritto l’ unico, e ripeto l’ unico esponente di partito, l’ On Antonio Di Pietro, che ha risposto alla mia mail. Faccio ciò, non perché questo blog sia un’ appendice ufficiosa del partito guidato dall’ On. Di Pietro, bensì per palesare che, purtroppo sporadicamente, la vera politica, quella con la P maiuscola, è anzitutto quella del dialogo con i cittadini, dimostrazione di sollecitudine nei confronti delle problematiche sociali senza scadere nella propaganda elettorale pleonasticamente retorica: “Caro Raffaello, > >>> >> Sono assolutamente d’accordo con te, ti sono > vicino, > >> ma ti invito a > >> riflettere. Non bisogna mai abbandonare la > >> battaglia. Se sei davvero > >> motivato a rimanere in Puglia e a far crescere la > >> tua Terra, secondo il mio > >> modesto parere devi resistere. Forse si tratta > >> soltanto di cambiare > >> prospettiva, punto di vista sulle cose. L’Italia  è > >> un paese strano, neo > >> colonizzato al suo interno dal Nord contro il  Sud. I > >> giovani sono la merce > >> di scambio, la manodopera che soddisfa i bisogni > >> delle pur importanti > >> industrie e/o società del Nord. > >> Non bisogna arrendersi però. Io sono stato > costretto > >> ad abbandonare la > >> Magistratura ma la mia battaglia prosegue, seppur > >> con altri mezzi. Cerca di > >> fare lo stesso. Ridare il lavoro > al > >> sud è basilare; per fare > >> questo bisogna ripartire da quello che già c’è. > Il > >> turismo per esempio. > >> L’agricoltura. I servizi. Se vuoi andare al Nord > per > >> un’esperienza personale > >> fallo pure. Ma se lo fai con lo spirito di chi > >> abbandona il campo perché si > >> sente sconfitto (e magari non lo è davvero), > secondo > >> me non fai un buon > >> servizio, né a te stesso né alla tua Terra. > >> > >> Un saluto affettuoso > >> Antonio Di Pietro” http://www.antoniodipietro.it/ Invito gli esponenti dei vari partiti politici (tutti) a rilasciare un commento privo di intenti propagandistici, nella categoria intitolata “Solidarietà politica” sulla destra del blog,  circa le problematiche occupazionali presenti in Italia.
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(E. Munch “L’ urlo”)  In Italia esistono oltre 30 ordini professionali ed è il Paese europeo che ne ha di più. Dovendoli appellare correttamente non dovremmo chiamarli ordini, bensì “caste chiuse” alle quali si dovrebbe accedere (il dubitativo è d’ obbligo)dopo aver penato per alcuni anni come fac-totum dei vari professionisti e “dominus” ai quali ci si affida per una sapiente e onnisciente formazione professionale. Le leggi statali impongono che per far parte di un ordine-casta professionale sia necessario il possesso di un determinato titolo di studio, per alcune professioni è poi previsto un periodo solitamente biennale di praticantato, ed infine il superamento di un apposito esame di abilitazione da sostenersi in un’ unica sessione annuale. Sin qui appare tutto ben definito, chiaro, organizzato e semplice: si studia, ci si laurea, si pratica e poi si supera un’ esame per poter finalmente esercitare una professione di tutto rispetto con l’ orgoglio di appendere ,all’ esterno dello studio, una targhetta dorata sulla quale si adagia una sinuosa ed aristocratica scrittura che riporta il titolo di: Avv., Dott. Commercialista, Geometra, Ing., Cons. del Lavoro, ecc. ecc… Essendo un ex praticante avvocato ed avendo frequentato le aule dei tribunali, posso soltanto esporre quali scompensi emotivi hanno gli aspiranti “periti del Diritto”, senza commentare le esperienze dei cadetti iscritti in altri albi professionali. La realtà è pressoché sconcertante. Vi sono giovani praticanti, in media trentenni, sofferenti di malattie psicosomatiche dovute allo stress accumulato per non riuscire a superare l’ esame di abilitazione: uomini in giacca e cravatta che nei corridoi dei palazzi di giustizia assumono pastiglie di maalox per sedare i lancinanti dolori allo stomaco, e donne in tailleur che piangono perchè i loro tentativi di conquistare il tanto agognato titolo professionale hanno raggiunto le edizioni del Grande Fratello. Tra il serio ed il faceto bisogna ammettere che viamo in un paese in cui la costanza nello studio e l’abnegazione professionale non vengono ripagate. I praticanti sono intellettuali sfruttati, che investono enormi capitali e fanno prostranti sacrifici in attesa di divenire dei professionisti.  L’ esame per essere abilitati alla professione forense, in Italia, si tiene una sola volta l’ anno, nel mese di dicembre e le statistiche evidenziano che la media dei promossi agli scritti (per poi accedere all’ orale) è del 20%. E’ mai possibile che su 1000 persone soltanto 200 abbiano acquisito, in due anni di praticantato prestato gratuitamente, le competenze necessarie per essere dei futuri Avvocati? Se non si eliminano o regolamentano con vero spirito liberale gli ordini professionali, si alimenterà e crescerà a livelli esponenziali il numero dei precari, dei disoccupati, dei giovani avviliti ed esacerbati in virtù del mancato riconoscimento degli sforzi intellettivi profusi per poter professare un lavoro dignitoso.
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Vorrei esporre un mio pensiero. L’ intera classe parlamentare e governativa in Italia è composta quasi esclusivamente -con qualche rara eccezione- da politici di professione o di lungo corso (solitamente a sinistra) e da facoltosi industriali, accreditati professori universitari e rinomati professionisti (solitamente a destra).  Questa considerazione per dire che noi che costituiamo il Popolo  beneficiario dell’ elettorato attivo, a meno che non facciamo parte di qualche casta di notabili, non avremo mai al governo di questo paese un nostro rappresentante, quindi proveniente dai ranghi più bassi della società. Sarebbe impensabile farci rappresentare in parlamento da chi patisce una situazione di disoccupazione nonostante sia in possesso di una laurea, piuttosto che da un agricoltore senza erudizione scolastica ma conoscitore critico delle errate politiche agricole, i cui effetti si ripercuotono sul suo lavoro, perpetrate da politici senza cognizione di causa.  La realtà risiede nel fatto che per ricoprire un ruolo istituzionale ci vuole un curriculum vitae prestigioso.  L’ esperienza pragmatica di chi quotidianamente lotta per rivendicare i propri diritti sarebbe vista come un’ onta e quindi pregiudizievole per una probabile carriera da parlamentare attento alle reali esigenze della collettività.   
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